02/03/2007 - 19:00:00 -
a cura di R. Cav.
CEGLIETEATROMEDITERRANEO – Il Teatro Abitato – Ceglie Messapica – Teatro Comunale –
Domenica 4 marzo ore 20.30
Infotel botteghino 0831/377863 giovedì e sabato ore 17.00-ore 20.00
ceglieteatromediter@libero.it
infotel comune orario uffici 0831/387301
Promomusic
Moni Ovadia
KAVANÀH
con Arkè String Project
Genere: Musicale
Moni Ovadia, voce
Carlo Cantini, violino
Valentino Corvino, violino
Sandro di Paolo, viola
Stefano Dall’Ora, contrabasso
"Kavanàh" in ebraico significa "partecipazione", cioè adesione al canto come urgenza intima del divino. La voce di Ovadia è lacerantemente corposa, costruisce e dirige i dieci musicisti che lo accompagnano in questo viaggio catartico. Riesce a creare quella teatralità timbrica che pochi possiedono.Un viaggio attraverso le culture mediterranee. Nove brani che raccolgono differenti ispirazioni, dagli inni sacri ebraici a quelli tzigani, e rappresentano il primo di una serie di quattro lavori " universali".
“Kavanàh”, che significa “partecipazione” al canto, raccoglie brani di differente ispirazione, partendo dagli inni sacri ebraici della sinagoga per arrivare a quelli di tradizione tzigana. Voci lontane accomunate nell’esaltazione dell’amore per il divino, linguaggi differenti che si intrecciano nella medesima partecipazione.
La Toràh racconta che l’universo è stato creato dalla parola del Santo Benedetto: “Disse luce e luce fu”. Lo strumento della creazione è la voce dell’Onnipotente.
La creazione è dunque un fenomeno acustico così come in seguito lo sarà la rivelazione ad Abrahamo prima, a tutto il popolo ebraico poi, nel deserto del Sinai: “Avete udito una voce, solo una voce”. Non c’è teofania nel monoteismo ebraico ma “teofonia”. Dio si manifesta con una voce ed è la sua parola parlata che consente sia la creazione, sia la rivelazione.
Che differenza c’è fra la parola scritta che custodisce il patto e la legge, e quella parlata che crea e rivela? La risposta è semplice anche se non evidente: il suono, il canto.
Il canto conferisce dunque statuto generativo alla parola.
I maestri della cabalàh, la mistica ebraica, osservano che la prima parola della Torah, “in principio” - bereshit in ebraico - contiene uno straordinario anagramma: taev shir, voluttà di un canto. Si può poeticamente affermare con i cabalisti, che il mondo è stato creato per la voluttà di un canto. I cabalisti ci segnalano anche che l’ultima parola del pentateuco, la legge biblica, israel, contiene un ulteriore potente anagramma: shir el, canto a Dio. Come una culla, il canto culla la legge. Il canto è lo strumento principe della comunicazione interiore, il canto è la prima gemmazione della nostra identità quando appariamo alla luce uscendo dal ventre materno. Ancora non vediamo, non sentiamo, eppure già cantiamo, urliamo il nostro hinneni, il nostro “eccomi” e, vagito dopo vagito, vocalizzo dopo vocalizzo, sillaba dopo sillaba, conquistiamo la lingua mettendoci in cammino per il canto. In seguito perderemo la grazia di quel canto interiore perché saremo imprigionati in un contesto di apprendimento burocratico e rigidamente normativo.
La cantoralità ebraica, khazanuth, una delle grandi arti della spiritualità monoteista, ci consente di riprendere il viaggio nei territori profondi dell’animus umano dove si manifestano le pulsioni primarie a costruire senso nelle proprie emozioni e nelle strutture profonde del sentimento. Per questo lo strumento interpretativo più importante del cantore è la kavanàh, la partecipazione, l’adesione al canto come dialogo intimo con l’urgenza del divino in presenza come in assenza.
Moni Ovadia
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